Ogni giorno, nel parlato e nello scritto, sono tanti i dettagli che condizionano l’effettiva riuscita della comunicazione: la gestualità, la postura, il tono di voce, la mimica facciale e, ovviamente, le parole.

Scegliere le parole più adatte per la situazione, per il destinatario e per il messaggio può sembrare qualcosa di elementare e scontato. Ma non è così.

Parole Killer?

Non ce ne hanno mai parlato – né a scuola, né all’università, né in casa – ma si annidano più spesso di quanto pensiamo nei nostri discorsi e nei nostri testi: sono le Parole Killer.

Vengono definite in questo modo perché hanno il potere di creare interferenze nella nostra comunicazione, rendendola così addirittura disfunzionale rispetto all’obiettivo iniziale.

Le troviamo nel vocabolario, sono tradotte in tutte le lingue, le utilizziamo ogni giorno e sempre in modo inconsapevole: sei curioso di conoscerle?

Quali sono le Parole Killer

Ti riporto qui qualche esempio che ti farà sicuramente spalancare la bocca e riflettere sull’uso che facciamo di questi termini nella quotidianità.

• Non

La negazione è il primo nemico della riuscita di una buona comunicazione, se viene utilizzata in maniera impropria.

Ad es. quante volte con l’intento di essere d’aiuto a qualcuno che ha bisogno di conforto, diciamo frasi come «Non ti preoccupare» oppure diciamo o sentiamo altri dire «Non ti agitare»: puntualmente la reazione che suscitiamo nel nostro interlocutore è di farlo agitare ancora di più.

Ciò accade perché il cervello elabora la realtà principalmente per immagini e non processa la parola NON: succede quindi che al cervello arriva prima l’immagine di quello che NON vogliamo avvenga e solo dopo il processo di negazione. Ma nel frattempo noi abbiamo stimolato inconsciamente l’avverarsi di quell’evento.

Non ci credi? Prova a dire a un bambino non correre e al 90% lui si metterà a correre. Provare per credere!

Il subconscio non coglie la negazione e nella nostra mente viene evocata proprio l’immagine che il parlante vorrebbe allontanare. Non a caso, l’avverbio non viene definito come una non-parola.

• Scusami per il disturbo!

Un’espressione di uso comune che si utilizza spesso sui luoghi di lavoro e che noi culturalmente percepiamo come rispettosa e di buona educazione. Giusto?

Sbagliato!

Usare parole come “disturbo”, “rubare tempo” presuppongono proprio l’idea di creare un fastidio, non di valorizzare la nostra comunicazione. E se le utilizzi in maniera costante, a livello inconsapevole, il nostro interlocutore comincerà ad avere una sensazione di “disturbo” quando parliamo con lui.

Un suggerimento? Scegli formule diverse come:

  • «È un buon momento?»
  • «Hai tempo adesso?»

In questo modo, oltre ad essere rispettoso della sua persona e dei suoi impegni crei un’immagine positiva nella sua mente e lui sarà sicuramente più propenso ad ascoltarti con piacere.

• Magari

È una parola davvero strana, il magari. Nel momento in cui la inseriamo in una frase in cui esprimiamo la volontà di compiere un’azione, crea una non-volontà. Un’aura di dubbio e incertezza.

  • «Magari vi raggiungo più tardi.»
  • «Magari potrei aiutarti con quel lavoro.»

Quante volte sei andato ad un appuntamento in cui hai detto «magari ci vediamo lì»? Probabilmente non tantissime.

Solitamente si tratta di un modo carino – o almeno molti lo vedono in questo modo – per dire che non ci saremo.

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