È stato sulla bocca di tutti per 10 mesi, uno degli hashtag più utilizzati al mondo, il suo colore arancione ha spopolato tra le bacheche degli influencer. Netflix, con il suo documentario, ha mostrato il dietro le quinte. Ma, esattamente, cos’è il FyreFestival?

La mente che si nasconde dietro al più grande fallimento dell’epoca social è Billy McFarland. Billy, bambino prodigio della società americana, è figlio di agenti immobiliari e, fin da piccolissimo, sviluppa un particolare fiuto per gli affari e, soprattutto, per le vendite.

“Sarebbe riuscito a vendere qualsiasi cosa, a chiunque” è quello che dicono i suoi colleghi di lui. O meglio, dicevano prima che la corte americana lo condannasse a 6 anni di reclusione per truffa aggravata.

Billy deve la sua fortuna alla società Magnises, una società che vendeva ai Millennials americani una particolare carta di credito: nero opaco, soft touch, metallica con il nome del proprietario inciso, “faceva rumore quando la poggiavi sul bancone, ti sentivi ricco e importante”. Una carta che ti assicurava l’ingresso in una community, una delle più fighe ed esclusive d’America.

Dopo Magnises è la volta di Fyre Media, una società di organizzazione eventi che aveva come obiettivo quello di permettere agli utenti di “ingaggiare” le loro star preferite semplicemente facendo swipe-up sull’applicazione. Il progetto è stato immediatamente appoggiato, sponsorizzato e finanziato da Ja Rule, uno dei rapper più famosi degli Stati Uniti.

Per il lancio ufficiale dell’applicazione, i due magnati decidono di organizzare il Fyre Festival, il più grande festival musicale del mondo, il luogo di incontro per migliaia di persone, lo stage preferito per gli influencer di tutto il pianeta. Un festival migliore del Coachella.

Immagina un’isola deserta – l’isola che era appartenuta a Pablo Escobar – artisti musicali provenienti da tutto il mondo, influencer come Kyle Jenner – pagata 250mila dollari per postare una foto con l’hashtag #fyrefestival – Alessandra Ambrosio, Bella Hadid, Emily Ratajkowski, suite da sogno sulla spiaggia, catering organizzati dagli chef stellati, ville private con piscina, jet.

…se non fosse che è tutto finto.

A dicembre 2016, subito dopo aver deciso la location, i due organizzatori ingaggiarono le influencer più famose del mondo (con una vacanza omaggio sull’isola che avrebbe ospitato il festival) per postare simultaneamente un’immagine arancione con l’hashtag #fyrefestival.

Il successo è stato virale: di lì a poco il sito è stato preso d’assalto e le richieste di prenotazione hanno invaso le caselle mail dell’agenzia. Un successo mai visto prima per un festival: in 24 ore i biglietti VIP erano terminati.

E a seguire tutti gli altri tipi di biglietti, gli ingressi esclusivi, i braccialetti sui quali potevi ricaricare contanti (dato che sull’isola scarseggiava la connessione wireless e, quindi, i pagamenti via carta di credito erano molto lenti).

Le spese stimate per l’organizzazione del festival? 6 milioni di dollari.

Il budget impiegato in marketing, comunicazione e pubblicità? 5 milioni di dollari.

Un festival presente solo su carta, o meglio, solo sul sito ufficiale, ma non dal vivo. Una truffa che si è costituita grazie a bugie costruite ad hoc: immagini photoshoppate per mostrare la location, rendering di ville e tende deluxe mai esistite, immagini di catering “rubate” dai profili social dei grandi chef.

Il Ministero del Turismo delle Bahamas ha dichiarato:

Gli organizzatori ci hanno assicurato che sono state prese tutte le misure per garantire un evento sicuro e di successo. Ma chiaramente non avevano le capacità per eseguire un evento di questa portata.

Quello che gli ospiti hanno trovato appena sbarcati sull’isola è stato tutt’altro rispetto a ciò che avevano visto e acquistato sul sito.

Tende utilizzate durante gli uragani, materassini di scarsa qualità, tavoli Ikea, senza luce né aria condizionata, bagni chimici e nessun servizio catering, bensì una cena composta da 2 fette di pane in cassetta con cheddar, una fettina di pomodoro e insalata senza condimento. Chi aveva affittato la villa – pagando anche 100mila dollari – si è ritrovato senza casa, a dover accaparrarsi una delle tende rimaste a disposizione.

Durante la notte, senza luce, è successo l’inferno: una ragazza non riusciva più a trovare la sua amica, valigie perse e oggetti personali smarriti, ospiti che non hanno chiuso occhio per paura di ciò che poteva capitare sull’isola.

I social media, e in particolare Instagram e Twitter che hanno assicurato in una sola giornata il successo del festival, hanno dichiarato il suo fallimento in meno di un’ora.

28mila post su Instagram, altrettanti su Twitter accompagnati dall’hashtag ufficiale del disastro #FyreFraud, hanno segnato la fine degli organizzatori, ancora prima che i giudici si pronunciassero.

Una strategia sbagliata, quella di puntare tutto sul marketing senza pensare al contenuto effettivo del festival, che avrebbe permesso al festival di svolgersi e offrire ai suoi ospiti un’esperienza unica.

Forse il marketing non è tutto: la differenza la fa il contenuto, oltre ad accorgerci del potere che gli influencer hanno sulle persone.